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Al giornalista
Alessandro Urzì
c/o Gruppo Consiglio Provinciale di AN
via Perathoner 10
39100 BOLZANO
 

p.c.
Mario Petrina, Presidente dell' Ordine nazionale dei giornalisti
Paolo Serventi Longhi, Segretario della Fnsi
Fulvio Garduni, Presidente Consiglio regionale dell' Ordine dei giornalisti del Trentino Alto Adige
Giuseppe Marzano, Segretario del Sindacato regionale dei giornalisti del Trentino Alto Adige
Luis Durnwalder, Presidente della Giunta Provinciale del Alto Adige
Prof. Wolfgang Pfaundler
 

Bolzano, 11 gennaio 2001

Caro collega Alessandro Urzì,
non avrei mai pensato di sentire il desiderio spontaneo di difendere il Presidente della Giunta Provinciale, Luis Durnwalder, nella sua veste di pubblicista. Nel Tuo esposto all' Ordine ed al Sindacato dei giornalisti, a cui rispondo pubblicamente come anche la Tua lettera era pubblica, Tu esprimi una profonda amarezza per il fatto che il nostro "collega" Durnwalder in occasione del suo ricevimento natalizio non solo abbia invitato il prof. Wolfgang Pfaundler ma gli abbia addirittura offerto il posto d' onore alla sua sinistra. Con esattezza storica ricordi che il prof. Pfaundler negli anni sessanta sia stato al vertice del movimento terroristico BAS (Befreiungsausschuss Südtirol) e condannato in Italia a molti anni di galera; e correttamente scrivi che a Pfaundler, non avendo mai scontato la sua pena in Italia, recentemente sia stata concessa la grazia da parte del Presidente della Repubblica. Forse bisogna solo aggiungere che ad altri appartenenti al BAS in Austria, non ritenuti degno di questo gesto di pacificazione, la grazia non è stata concessa.

Sulla storia, purtroppo, gli animi da sempre si scaldano, e per questo vorrei astenermi - in questa sede - da un commento storico sul terrorismo degli anni sessanta in Alto Adige. Nemmeno voglio entrare nel diverbio se si tratti di Freiheitskampf (lotta per la libertà) o di terrorismo. Molto prima di Durnwalder, già il leader storico dei Sudtirolesi, l' allora Presidente della Giunta Provinciale dott. Silvius Magnago, ha giustificato, con parole garbate e ponderate, ma altrettanto chiare, la rivolta dei Tirolesi. Sappiamo che i dinamitardi del '61 evitarono scrupolosamente di spandere sangue, anche se l' escalation che la violenza per sua natura porta con se, alla fini il sangue lo ha sparso; e non manco di dire che per me, sostenitore del confronto politico e pacifico, ma anche figlio di tempi più felici e democratici, ogni vittima di qualsiasi forma di violenza è una vittima in troppo. Per questo sono rispettoso di chi, come Te, valuta gli avvenimenti degli anni sessanta in modo diverso.

Cosa invece veramente mi dispiace è la Tua valutazione del personaggio Pfaundler. Pfaundler, prima di sentirsi chiamato "alle armi" nella causa Tirolese, fece parte del Widerstand in Austria, cioè del movimento dei partigiani austriaci che combatterono contro Hitler ed il suo regime di terrore. Sarebbe però sbagliato inquadrare questo personaggio in un identikit di guerriero professionale, perchè queste due fasi di militanza - nella guerra e nella rivolta Tirolese - non sono il filo principale della sua vita, ma le eccezioni, due scelte sofferte e pagate con un alto sacrificio personale, prese con tenacia per idealismo e convinzione. Nella maggior parte della sua vita, Pfaundler si è dedicato ad un profondo lavoro intellettuale e culturale, ha scritto una quarantina di libri, molto colti, ed ha soprattutto edito per quasi 35 anni la rivista di cultura "Das Fenster" (la finestra). Il suo principale lavoro giornalistico infatti è stato proprio questo, e non mi voglio perdere in formalismi per difendere il gesto - a me molto simpatico - del Presidente Durnwalder. Infatti, Pfaundler al "Fenster" copriva - ora "la finestra" sarà chiusa per motivi di stanchezza del 77enne Pfaundler - il ruolo di un direttore. Ed a prendere posto al tavolo del Presidente normalmente sono invitati proprio i direttori (come annualmente succede anche a me, senza che abbia mai accolto questo invito perché proprio nelle occasioni di incontro festivo preferisco fare a meno della gerarchia e stare insieme ai colleghi della "truppa"). Ma si tratterebbe, appunto, di una difesa formalistica. Pfaundler invece quel posto d'onore se l' è meritato, a mio aviso, per un opera di vita giornalistica e culturale che fa onore alla nostra categoria. "Das Fenster" per tutti i 35 anni è uscito in una qualità e con un livello culturale apprezzabile. Ha dato spazio a giovani poeti, pittori, artisti, fotografi, architetti prima che loro fossero "scoperti" da altri media e dagli assessorati alla cultura. Mai su "Das Fenster" è uscito un tono di basso istinto, di odio etnico, di polemica politica, ma sempre "la finestra" era aperta, ci poteva soffiare il vento del pensiero libero, dell' arte e della cultura, spesso avanguardista, sempre in uno spirito tollerante.

Un passato, caro collega, lo abbiamo tutti (addirittura il ministro attuale agli esteri della Germania Joschka Fischer che ora si scusa con il poliziotto picchiato da lui nelle battaglie sessantottine). Penso che proprio in Alto Adige, terra tenuta sempre in ostaggio dal proprio passato, dal mito di una patria insediata dal nemico esterno e perciò sempre da difendere, bisogna tentare di oltrepassare il passato. La storia va studiata, eccome, va guardata con onestà intellettuale, senza falsi ideologici e soprattutto con estrema severità in riguardo alle proprie colpe (normalmente ogni popolo nella sua storia elogia i propri eroi, piange sulle proprie vittime, ma rimane cieco e sordo verso le sofferenze del "nemico"). La storia non deve servire ad aprire sempre nuovi conti, ma di chiuderli e di guardare in avanti. Questo vale per il gruppo linguistico tedesco che nella sua retorica politica è rimasto aggrappato al mito del "Volk in Not", del popolo represso, quando ormai siamo tutelati, consapevoli della nostra forza culturale ed economica, fieri dell' autonomia raggiunta. Vale nella stessa misura per il gruppo linguistico italiano per il quale questa provincia diventerà tanto più patria quanto meno sarà ritenuta bottino di guerra. Gli italiani sudtirolesi, oso a chiamarli cosi, troveranno la loro Heimat quando non si accontenteranno più di richiamare i vecchi privilegi, ma si apriranno alla vera partecipazione sociale e politica in una terra comune, abbastanza ricca di offrire le sue bellezze a tutti i gruppi etnici (con la minoranza più debole dei ladini). Bisogna passare dalla conquista di una terra all' acquisto di una Heimat comune.

Tu stesso, caro Urzì, appartieni ad un movimento politico che ha dovuto fare il proprio conto con il passato prima di poter andare avanti. Parli delle scuse mancate da parte del "terrorista" Pfaundler, ma il gruppo linguistico tedesco ancora attende le scuse per il terrore del regime fascista. I "terroristi" di Pfaundler, di Kerschbaumer, di Amplatz, di Klotz ancor oggi attendono le scuse di chi, nell' Italia democratica, gli ha torturati in carcere.

Vogliamo tener sempre aperti questi conti? L' allora Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro era tutt' altro che un uomo della grazia facile, anzi, si è rifiutato fino in fondo ad ogni colpo di spugna generale (che invece per i suoi predecessori era un rituale regalo in occasione della propria elezione). Che Scalfaro abbia concesso la grazia a Pfaundler (ed altri) potrebbe, spero, attenuare il Tuo severo giudizio. Il passato, i conti reciproci non devono, non possono continuare ad impedirci di fare pace. Quello che conta non è il passato, ma cosa riusciamo a farne del passato, a quali valori diamo sospiro nella nostra vita. Ridurre Pfaundler ad un terrorista è frutto della logica di un contenzioso da tener sempre aperto, della guerra che non finisce mai. Per quanto riguarda l' uomo Pfaundler la Tua condanna risulta, a mio parere, da un ottica ristretta. Valutando il giornalista Pfaundler anche Tu dovresti arrivare alla conclusione che di questo collega nessuno, ma dico nessuno debba vergognarsi. Io, con la mia modesta esperienza di vent' anni di giornalismo, posso dirti che ne sono fiero.

Cari saluti,
Hans Karl Peterlini

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